Sulle orme della Grazia di Dio

 

Raccontano che quando Hernàn Cortés giunse a Città del Messico per la prima volta, nel 1519, si fermò ammirato dinanzi alla purezza di quell’aria e a quello scorrere di acque dappertutto; la città si estendeva su due lagune, una di acqua dolce e l’altra più salmastra, che comunicavano tra loro come due fiumi copiosi, fecondando tutto quello che trovavano sul loro cammino fino a settanta leghe intorno.

Tuttora Città del Messico è un posto bellissimo, anche se la purezza della sua aria di altopiano è stata sostituita dal più ignominioso inquinamento di tutto il continente americano, conseguenza del fatto che è una città dal ritmo frenetico, attraversata da ampi viali sempre gremiti di veicoli che li percorrono incessantemente.

Il “semaforismo” raggiunge picchi difficili da eguagliare, tuttavia si sviluppa in un ambiente di cordialità ed efficacia che ha poco in comune con l’ostilità esistente presso i semafori europei; per le strade messicane ti offrono di tutto, ma con i modi tipici del commerciante che desidera far contento il cliente.

Soggiorno qui da circa un mese in qualità di scrittrice e giornalista, inviata a raccogliere preziose informazioni e concrete testimonianze di gente comune, le cui esperienze sono tutte accomunate dall’avere ricevuto “favori” spirituali o materiali tramite l’intercessione del beato Josemarìa Escrivà, proclamato tale circa tre anni e mezzo fa e, precisamente, il 17 maggio del 1992.

A dire il vero, appena mi offrirono l’incarico esitai ad accettare, sia per la difficoltà della trattazione, sia per la vastità oggettiva dell’argomento. Infatti, il messaggio di Escrivà toccò, negli anni successivi alla sua morte, una tale diffusione da potersi definire  un vero fenomeno di devozione popolare, di gran lunga al di là dei confini dell’Opera da lui fondata. La mia prima impressione fu appunto quella che l’impresa fosse tecnicamente impossibile; il resoconto dei favori toccava i cinque continenti.

Così assunsi a criterio la qualità letteraria delle concessioni a lui attribuite piuttosto che la loro quantità globale.

Tuttavia, mi sentivo stranamente incapace di scrivere un libro di interviste. Volevo soprattutto vedere e raccontare. Per far ciò avrei dovuto viaggiare e questo mi obbligava a limitare l’area del mio resoconto. Così, per motivi personali, scelsi l’America Latina e, di essa, solo alcuni posti, raggiungibili entro un arco di tempo ragionevole.

Che cosa stessi cercando non lo sapevo di preciso neanch’io…era come se avvertissi l’insolita necessità di riscoprire il vero senso di un’esistenza cristiana, non riducibile a vuote pratiche esteriori, a formule abitudinarie o a piccoli comandamenti che troppo spesso assumono il carattere di severe imposizioni.

Mentre rileggevo i profili biografici di Escrivà emergeva, sempre più forte, un ideale altissimo e, allo stesso tempo, universale: rivolto a uomini di ogni razza, lavoro, età…

Improvvisamente però, venni distratta da un gesto repentino del tassista che mi stava conducendo ad uno dei miei quotidiani appuntamenti. Sollevai il capo dalle pagine del libro e vidi una bambina mendicante fissare, sul palmo della propria mano, le monete appena ricevute e poi scansarsi una volta illuminatosi il verde del semaforo.

Non potei trattenermi dal chiedergli: “Date l’elemosina qui, per strada?”

Certo, signorina, a Natale bisogna dare”, rispose.

Al momento di lasciarci, mi propose, a buon prezzo, di farmi da guida in qualche gita turistica. Lo ringraziai, ma gli feci presente che mi trovavo lì per lavoro.

Conoscevo già Pablo de Los Rìos per averlo visto in un filmato in cui, tra le altre cose, cantava. Egli si definiva uno showman, la cui missione era quella di intrattenere la gente. Un tempo, faceva ciò per consentire ai proprietari dei locali, dove lavorava come intrattenitore, di smerciare sesso e droga.

Faticai molto per localizzare Pablo, dal momento che il suo lavoro di artista lo obbligava a viaggiare per tutta l’America. Quando arrivai a Città del Messico non speravo neanche di riuscire a vederlo, sebbene avessi piacere a conoscerlo di persona. Per fortuna, alla vigilia di questo Natale, riuscì a fare ritorno al suo focolare, dove poi ci incontrammo.

Pablo é un cantautore nero con almeno due caratteristiche: la prima é quella di insistere molto sulla pronuncia del proprio nome; la seconda é il suo sorriso accattivante, con quei denti bianchi come perle che trasmettono gioia di vivere.

<Non credere>, puntualizza. <Gioia di vivere adesso, ma sono stato molto disgraziato e la mia vita non valeva niente, complicata com’era>.

<Davvero?>

<Quando conobbi l’Opera non ero altro che spazzatura. Ero soggiogato dalla droga: ormai tutti mi davano per spacciato e credevano che non ne sarei uscito. Avevo provato tutto, avevo trascorso due mesi chiuso in una clinica, ma uscendo avevo ripreso a drogarmi. Intrattenevo la gente in modo che, nel frattempo, i padroni delle bische in cui lavoravo si arricchissero>.

<Al prezzo della tua arte?>

<Ma quale arte!>, risponde con un moto di sdegno. <Al prezzo della prostituzione e della droga che smerciavano mentre io intrattenevo il pubblico>.

<Non avevo mai sentito una simile concezione di artista>, commento.

<Qui, nel Messico, definiamo intrattenitore il ladro che ti distrae per strada mentre un altro ti sottrae il portafoglio. Ciò che facevo io era simile, ma, in un certo senso, peggio. Lì rubavano qualcosa di più del portafoglio: rubavano la dignità, la vita stessa>.

<Fino a questo punto?>

<Anche peggio>, replica convinto. <Di notte, chi frequenta quei posti cerca fondamentalmente sesso, droga, alcol>.

<Per la verità>, lo interrompo, <al giorno d’oggi è molto in voga la vita notturna; i giovani escono di notte e rientrano all’alba. Dicono che non ci sia niente di male…>.

<Altroché!> afferma con la sicurezza di chi è da tanti anni nel mestiere e aggiunge: <Di notte tutte queste cose sono peggiori e molto più esplosive. Te lo dice uno che ha passato anni a favorire tali costumi. In quello spettacolo infernale io incitavo i presenti cantando: “Arriva la speranza verde!” e, con la stessa pazienza di chi si rivolge ad un bambino, mi spiga il riferimento implicito alla marijuana, intesa come unica loro speranza>.

<Ho capito> gli dico. <E poi cos’è successo?>

<Mi resi conto sempre più di quanto denaro fruttasse quella spazzatura. Anch’io lo ero, anch’io rendevo grande profitto ai padroni, ma mi trovavo sul punto di non servire più neanche a quello. La droga mi aveva prostrato, ero finito e disperato>.

Osservando Pablo, il quale mentre sorrideva sembrava un vero fuoco d’artificio, mi risultava difficile immaginarlo sommerso nella disperazione.

<Puoi starne certa, lo ero veramente!>, insiste. <Ero così disperato che un giorno entrai in una chiesa, la stessa nella quale mi ero sposato e, aiutandomi con il ricordo della fede che avevo durante l’infanzia, chiesi aiuto alla Madonna…

Tali parole, ad un tratto, mi ricordarono gli studi liceali. L’ultimo canto del Paradiso di Dante risuonava ancora, dopo anni, con la medesima solennità, con quella carica evocativa, colma di suggestivo mistero ed infinita misericordia, che mi aveva accompagnata sin dalla prima lettura in classe.

 

“Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ‘l suo fattore

non disdegnò  di farsi sua fattura.

infra ’ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

Or questi…supplica a te, per grazia, di virtute

tanto, che possa con li occhi levarsi

più alto verso l’ultima salute.”

 

<Stupita?>, chiese improvvisamente, interrompendo il racconto. 

<Stavi dicendo? Continua pure…>, risposi, mentre cercavo di non perdere neanche una parola dell’incredibile storia.

<…Allora, subito dopo, mi si avvicinò un signore dicendo di conoscermi e mi invitò a qualcosa che non capii. Pensai che forse mi aveva visto in televisione; noi artisti ci siamo abituati. Ti salutano, dicono di essere tuoi amici e tu stai al gioco. Ma, davanti ad un invito così insolito, mi chiesi che cosa volesse quel tizio da me>.

Sorridendo, si ferma a ripensare alla scena e poi conclude: <Ancora non so perché, fatto sta che accettai quell’invito ed entrai, per la prima volta, in un centro dell’Opera. Si trattava di un incontro di formazione cristiana. Fu così che mi affacciai su un mondo molto bello, del quale mi accorsi di non sapere nulla>.

<E che cos’ è accaduto in seguito?>

<E’ successo che ho sentito parlare di cose molto belle, ma molto difficili per me, perché erano proprio il contrario di quello che ero abituato a fare. E così passai un anno a lottare e gli amici dell’Opera lottarono insieme a me per aiutarmi ad uscire dall’inferno in cui mi trovavo. Lì conobbi don Alex…>

Nel pronunciare questo nome, Pablo assume, improvvisamente, un’espressione di serenità radiosa, il silenzio improvviso, che pervade la stanza, diviene sempre più imbarazzante e, malgrado quel sorriso luminoso, gli si inumidiscono gli occhi. Le lacrime cominciano a scorrere lente, mentre mi spiega che il prossimo gennaio saranno già trascorsi ventun anni dal momento in cui si liberò del peso di quell’indicibile schiavitù…

Mi resi conto di essere sul punto di affacciarmi sul mistero dell’anima del cantautore messicano, così lo stimolai un poco: <…E cosa ha fatto per te don Alex?>

<Cos’ha fatto? Di tutto! Le gite in montagna, gli incontri, le conversazioni, i momenti di preghiera…era necessario formare il mio carattere, la mia volontà era nulla a causa della droga>.

<Quindi sei riuscito a liberartene grazie all’aiuto di don Alex>

<Di don Alex e di altri amici dell’Opera>, puntualizza, <ma, soprattutto, con l’aiuto degli scritti di Josemarìa Escrivà>.

<Ossia?>

<Quando mi liberai dalla droga, pensai che sarei dovuto uscire anche dal mondo dello spettacolo; mi sembrava di essere fuori posto ormai e che i pericoli di ricadere fossero di gran lunga maggiori in quell’ambiente così corrotto, nel quale avevo sofferto molto. Volevo fuggire da una vita piena di bassezze e di confusione. Ecosì feci. Poi un giorno, leggendo uno degli scritti del padre, ebbi la risposta…

“In un altro stato, in un altro posto potresti fare il bene in misura certamente maggiore, ma là dove ti hanno messo piaci a Dio…Egli vuole che ti santifichi proprio nel posto che occupi”

Mi colpì moltissimo. Per me quella chiamata, quella “scossa” al cuore, è stata un vero e proprio miracolo!>

Pablo racconta tutto questo molto bene; con grande serenità e con la tranquillità di chi ricorda un fatto capitale della sua vita.

<E come ha accolto la gente il tuo ritorno?>, domando piena di meraviglia.

<I miei musicisti erano molto contenti…immagina che quei poveretti erano rimasti quasi tutti disoccupati! Un amico mi chiese come avessi fatto a trasformare un posto malfamato in un luogo di incontro con Dio…>

<Spiegati>, lo interrompo. <Cosa vuol dire?>

E in breve inizia a intonare una canzone a Dio con tanto sentimento, con tanta grazia e splendida voce che mi viene quasi un nodo alla gola:

 

“E’ strano vedere come tutto ritorni al proprio posto

quando un uccello si perde, in qualche modo, torna al suo nido

e la rugiada torna al cielo e i ruscelli vanno al mare…

è per questo che sei venuto a stare con me in questo luogo”.

 

<E la gente che ti dice?>

<cose molto belle…un giorno una signora, che veniva maltrattata dal marito, mi disse che, dopo aver ascoltato le mie canzoni, aveva recuperato la speranza di vivere. Questo mi ha stupito molto e, quando cado nello sconforto, cerco di ricordarlo>.

<Dunque ti senti orgoglioso e soddisfatto>.

Ma Pablo mi interrompe dicendo con fermezza:

<Potrei, ma tieni presente che, prima di cominciare il mio spettacolo, mi ripeto questa frase: “Quando senti gli applausi del trionfo, fa’ che risuonino nelle tue orecchie anche le risa che hai provocato con i tuoi insuccessi”>

Poi mi spiega che diventa perfino possibile santificare il proprio lavoro denunciando, in maniera più o meno comica, la criminalità e la confusione presenti in tale  ambiente artistico. A quel punto, non posso fare a meno di lodarlo per il coraggio di parlare di Dio da un palcoscenico o da qualsiasi altro posto!

E dalla sua testimonianza mi rendo improvvisamente conto che non c’è bisogno di cercare Dio chissà dove…che Egli aspetta proprio tutti negli impegni quotidiani, nella vita di ogni giorno. Non è vero quello che molti pensano, ossia che l’impegno negli affari del mondo sia un ostacolo per vivere il cristianesimo, che per essere santi si debbano compiere gesti straordinari ed eclatanti!

Dio ha grande fiducia negli uomini: dà loro il mondo in mano, come la famosa vigna nella parabola, affinché lo lavorino e glielo restituiscano migliorato, ciascuno al proprio posto.

Arrivato il momento del commiato, ringrazio di cuore Pablo per la sua preziosissima disponibilità e ricambio i migliori auguri per le feste natalizie e per i buoni propositi dell’anno venturo.

Infine, giunta in albergo, dopo aver riordinato gli appunti sulla scrivania della mia stanza, ripenso al mio incontro, al mio stesso lavoro…e mentre il sole saluta il cielo all’orizzonte mi sembra come se andasse a riposare in un fondo di speranza, là dove ciascuno è atteso e risorge come l’alba di un nuovo giorno.

 

                                                                                                Silvia Russo